La settimane scorsa, assieme a Franco Billi, abbiamo intervistato Pietro Lombardi ed Eva Natalina Cavini. Marito e moglie, Pietro ha 89 anni ed Eva ne ha 90. Sono sposati dal 1954.

Pietro ed Eva sono stati gli ultimi mugnai del molino di Quadalto; molino che ha cessato la propria attività alla fine degli anni cinquanta. Per molte generazioni, si pensa per secoli, questo molino, così come tutti quelli della zona, sono stati gestiti dalla famiglia Lombardi. Dopo la chiusura del mulino, Pietro ha fatto il muratore.

La chiacchierata ha ruotato attorno al Monastero delle suore Francescane Ancelle di Maria, contiguo al Santuario della Madonna delle Nevi, di cui facevano parte lavatoio e cantina, alle suore e al molino. Abbiamo parlato anche della guerra.

Il Monastero che ha vissuto di luce propria per secoli, oggi è trasformato in una foresteria. Profondamente ristrutturato, con ingenti risorse, le suore, assieme ad altre attività, gestiscono una trentina di camere a disposizione dei viandanti.

Il lavatoio era delle suore e del Monastero. Diverse persone andavano ad aiutare, fra queste Pietro e la sua famiglia. Quando avevano bisogno chiamavano da lontano (non uscivano). Oppure suonavano una campanella posta nel molino per mezzo di una cordicella che usciva dal convento.

Durante la guerra il convento ospitò l’Ospedale di Palazzuolo, poi anche quello di Marradi, dopo il suo danneggiamento.

Nel luglio del ’44, dopo un furioso bombardamento alleato con molte vittime, vi fu una rappresaglia dei tedeschi di due giorni con 44 vittime civili. Il primo giorno operarono nel marradese, il secondo si spinsero verso Fantino, fino a Palazzuolo. L’ultimo civile fu ucciso a Campergozzole nell’aia della sua casa. Gli spararono dal poggio sopra la chiesa di Lozzole.

Nella zona, c’era un capanno da caccia con un partigiano lasciato lì dentro perchè ferito. Mentre un tedesco si avvicinava fu richiamato dai suoi e fu così che quel partigiano salvò la pelle (venne poi evacuato dai suoi il giorno dopo).

Pietro narra che fra molino ed ospedale, tedeschi o i partigiani erano sempre fra i piedi per i primari obbiettivi di cibarsi e di curarsi.

Per la famiglia la paura era tanta, sapendo che se i tedeschi vedevano un partigiano potevano andarci di mezzo anche loro. Potevano essere uccisi. Per cui si aveva paura sia dei tedeschi che dei partigiani.

Pietro, allora tredicenne, rammenta che, assieme al fratello, spesso andava su con i muli fino al comando partigiano della Brigata Garibaldi di Cà di Vestro per portare la farina. Ricevendo in cambio la testa di una mucca. Quelle mucche che venivano prese ai contadini, a partire da quelli ritenuti fascisti.

Mulino e Monastero, per via dell’Ospedale che ospitava, erano continuo crocevia di passaggio fra tedeschi e partigiani, quindi fonte di continua preoccupazione per chi abitava nel luogo. Dal racconto di Pietro si capisce come l’Ospedale fosse però una sorta di zona franca dove partigiani e tedeschi si potevano incontrare senza belligerare.

Pietro racconta di quanto una mattina il professor De Pasquale fosse stato prelevato dai partigiani per andare in qualche luogo e della preoccupazione delle suore per il suo ritardare. Poi lo riportarono. Spesso i partigiani portavano con la somara feriti nell’Ospedale e si fermavano al Molino ad aspettare.

Nel 1954 Pietro sposa Eva che quindi si trasferisce a Quadalto. Anche Eva aiuta le suore nel lavatoio.

Come funzionava il lavatoio?

Si portava a bollore l’acqua, che proveniva dal molino, facendo fuoco sotto al paiolo nella “fornacella”. Di fianco, in una grande vasca venivano stesi uno sull’altro i lenzuoli. Sopra veniva posto un panno e sopra ancora la cenere. Poi si buttava l’acqua, ne servivano almeno tre paioli. L’acqua recuperava dalla cenere le sostanze detergenti e filtrando i lenzuoli li pulivano. Compiuto il suo giro l’acqua usciva dal fondo della vasca (come il mosto dal tino). Veniva raccolta, ancora riscaldata e rimessa in circolo. Più acqua si passava sui lenzuoli e più questa era calda, i panni venivano puliti meglio. Pietro soleva fare passare molta acqua e ben calda. Quando la gente vedeva il bucato molto bianco diceva che quello era il bucato di Pietro.

Il bucato dormiva nella vasca per tutta la notte. Al mattino del giorno dopo, veniva tolta la cenere, il panno e i lenzuoli gettati prima in una poi in una seconda vasca per essere sciacquati.

L’acqua recuperata durante la notte, si chiamava “ranno”, veniva riusata per lavare i panni scuri, riposti in una ulteriore vasca.

Eva ricorda quando, da ragazza, andava al fiume per lavare sul sasso i panni scuri col ranno – nelle famiglie contadine il procedimento e i mezzi erano diversi – e come questo gli “scorticava” le mani.

Pietro ed Eva ricordano che la cenere, occorrendone tanta, veniva raccolta dai contadini di tutto il paese che la tenevano da parte in appositi cassoni.

Pietro cessa l’attività del mulino alla fine degli anni cinquanta, La lavanderia continua ancora per qualche anno, lavorando solo la domenica, poi si ferma anch’essa. Arriva la corrente elettrica.

Gli ultimi ricordi di Pietro ed Eva sono per le suore e il Monastero.

Pietro dice che allora erano suore da “cerca”. Sostenevano loro e la loro missione “cercando” dai contadini. In particolare l’uva verso la valle del Senio, fino a Rivola e il vino nella parte della Toscana. Pietro ricorda i grandi tini – tre – posti nella cantina del Monastero e la pigiatura fatta con i piedi. Il vino non era venduto: era per le suore e per i viandanti che spesso bussavano al Monastero. Essi venivano serviti per mezzo dell’azionamento di una “ruota” collocata a fianco della porta di ingresso.

L’incontro si chiude con una discussione sui dialetti. Franco che mi ha accompagnato nella visita e che proviene da Marradi, dice che non capisce – o poco – il mio dialetto, mentre Pietro lo comprende meglio.

La cosa certa è che Pietro ed Eva, vissuti da sempre a Palazzuolo sul Senio, parlano un dialetto totalmente montanaro-romagnolo. Senza nessuna inflessione toscana.

Anche questo spiega di quanto sia forzata la permanenza di Palazzuolo sul Senio – fino a pochi decenni fa – Palazzuolo di Romagna, nella regione Toscana. Ma questa è un’altra storia.

Concludo questo racconto con un pensiero per Pietro ed Eva. Per dire che sono ai miei occhi persone veramente straordinarie. Hanno novant’anni, sono sposati da sessantasei, sono in buona salute. Hanno percorso una lunga vita di sacrifici e di fatica, sono passati attraverso una feroce guerra che li ha coinvolti. Hanno vissuto le profonde trasformazioni sociali, che hanno totalmente cambiato la vita delle persone, proprie dell’ultimo secolo. Ma Eva e Pietro non hanno perso il sorriso, sono persone serene. Colpisce il loro rapporto, come si parlano e si rispettano – se uno interrompe, l’altro tace. Quello che però maggiormente rimane impresso è la dolcezza dell’espressione dei loro volti, particolarmente di Eva. Sembrano persone uscite dalla tavolozza di Leonardo o di Raffaello, oppure da un set cinematografico.

Invece sono persone vere, dei nostri tempi tumultuosi, capaci però di illuminare come fari le tenebre che ci avvolgono. Persone commoventi, a cui dobbiamo rispetto e riconoscenza. Lunga e buona vita ad Eva e Pietro di Quadalto sul Senio.

 

Villa Magenta, come la Chiusaccia e come tanti altri luoghi lungo il percorso del Senio che ne hanno segnato la storia. Da Lugo notizie riferite al toponimo assai particolare. Ringrazio Paolo Gagliardi che ci fornisce l’informazione.
Da cosa nasce il toponimo Villa Magenta? Da tempo alcuni storici lughesi sono impegnati sul quesito e questo è l’ultimo aggiornamento di Claudio Gagliardi.
Sul toponimo “Villa Magenta”
Un volontario garibaldino di Lugo, forse inquadrato nei “Cacciatori delle Alpi”, partecipa alle battaglie della Seconda Guerra di Indipendenza e in particolare a quella di Magenta (4 giugno 1859), dove si batte con onore, rimane ferito e torna a casa vivo ma con una menomazione permanente alla deambulazione. Alla fine della guerra, dopo l’annessione della Romagna al Regno d’Italia (1860), il governo assegna al nostro eroe una casa e un modesto triangolo di terra da coltivare, posto tra il fiume Senio e la ferrovia Ravenna – Castel Bolognese in costruzione (sarà poi inaugurata il 23 agosto 1863).
Il garibaldino, che doveva essere una testa un po’ calda, esaltato per il suo passato, dipinge i muri della casa di rosso magenta e la definisce “Villa Magenta”. Tutti parlano della storia di quel soldato e quel nome diventa l’individuazione più facile del luogo dove abita il garibaldino.
Fenati Antonio (1860 – 1945) ha 4 figli e rimane vedovo nel 1899. Sua madre Liduina Savini (1832 – 1920) rimasta pure lei vedova di Fenati Remigio nel 1903; dopo aver retto da sola con polso fermo la famiglia patriarcale per diversi anni, decide di sistemare i figli man mano che si sposano o che si presenta qualche opportunità. Così negli anni 1911-1912 cerca una sistemazione per Antonio e la trova con l’acquisto della casa e del podere del Garibaldino.
Antonio vi si trasferisce con i suoi 4 figli e subito cerca di allargare le sue possibilità di guadagno per poter mantenere la famiglia perché il campo è troppo piccolo. Così nel 1914 egli acquista da una vedova la licenza per la vendita di “Sali e Tabacchi” e vi aggiunge la licenza per la mescita di vini e per la vendita di generi alimentari. Utilizzando un locale della sua abitazione lungo l’allora via Alberico da Barbiano (attuale via Piratello), ai piedi della vecchia salita per il ponte sul Senio, apre l’osteria che poi prende il nome di “Villa Magenta”.
L’esercizio dell’osteria riscuote un buon successo perché non c’è altro locale pubblico tra Lugo e Bagnacavallo e la proverbiale disponibilità della famiglia a preparare pasti a base di carne ai ferri e di salumi trova molti estimatori tra i mercanti e i birocciai che percorrono quella strada.
Poi scoppia la prima guerra mondiale e un gruppo di soldati durante un acquartieramento di retrovia, lascia un disegno-graffito su una parete interna della stalla in segno di gratitudine per l’accoglienza e il trattamento ricevuto. Il graffito, eseguito con cura e con una buona capacità figurativa, rappresenta un paesaggio pianeggiante attraversato da un corso d’acqua fiancheggiato da betulle; il tutto sovrastato dalla dedica: “A Villa Magenta a perenne ricordo”.
Questo diventa poi il nome dell’osteria scritto a grandi lettere sulla facciata della casa. Le pareti sono sempre di color rosso magenta, come lo aveva voluto il nostro Garibaldino, e un po’ sbiadito dal tempo, come ancora ricordano i pronipoti.
La vecchia osteria di Villa Magenta chiude nel 1930, quando viene inaugurata la nuova strada, ora statale, che dal ponte sul Senio punta direttamente verso Lugo, il ché fa sì che la vecchia casa rimanga tagliata fuori dal transito di veicoli e pedoni.
L’osteria riapre lungo la nuova strada statale conservando il nome, gestita fino al primo dopo guerra da nipoti di Antonio, poi passa varie volte di proprietà con alterne fortune. Si ricorda un periodo di grande successo quando negli anni ’50 vi si apre una pista da ballo che attira molti avventori e anche molti curiosi, al punto che il sabato sera a volte devono intervenire i Carabinieri per contenere la ressa di chi vuole solo ascoltare la musica stando sulla strada.
Un secondo periodo d’oro si ha negli anni 60 quando la gente si affolla nell’osteria per vedere in TV la trasmissione “Lascia o Raddoppia”.
Poi un graduale declino ne riduce la popolarità. Intanto il mondo e la gente attorno a Villa Magenta sono completamente cambiati, l’osteria non attira più e i gestori non riescono a trasformarla per rimetterla al passo con i tempi.
Rimane quello strano toponimo di cui molti non conoscono l’origine e che conserva il fascino di una società di 100 anni fa che sa di favola. (Claudio Gagliardi)

Ndr. Aggiungo alle info di Claudio Gagliardi che le mie reminescenze lughesi dicono che Villa Magenta, nel corso degli anni cinquanta era uno dei luoghi in cui Giovanni Battista Giuffrè, il banchiere di Dio, riceveva i clienti sottoscrittori di quote di denaro al quale prometteva interessi dal 70 al 100%. La truffa fu presto scoperta e Giuffrè morì in miseria. Particolarmente frodati i frati cappuccini (ma forse non tutti).

Foto: Raccolta di erbe sul Senio nei pressi di Villa Magenta (2019)

Carlo Bonfiglioli, un nostro caro amico, un amico del Senio di Solarolo, ricorda il due agosto di 40 anni fa. Carlo quel giorno, alle 10,15 era nella stazione di Bologna, da dove partì qualche minuto dopo.

“Buon 2 Agosto…ogni anno il mio pensiero va alla stazione di Bologna, quando 40 anni fa partii alle 10.15 sul treno diretto ad Ancona, l’ultimo che partì prima dello scoppio della bomba. Ricordo che tutti gli orari dei treni erano saltati, c’era tanta gente in fila alla biglietteria, l’atrio pieno, moltissimi giovani seduti sugli zaini nel sottopasso, alcuni suonavano le chitarre ed io ci passai tre volte prima della partenza…non era giunta la mia ora!

Perché tutto questo? Perché le vittime, i lavoratori, le persone che andavano in vacanza o ritornavano a casa, col mezzo più popolare ed economico? Quale rabbia ed odio sociale nei loro confronti può aver pensato di colpire proprio loro, che ruolo politico potevano avere per sacrificarle ad un fine così disumano e spaventoso? Chi ha armato i portatori di morte, giovani vigliacchi dall’inconsulto odio verso il popolo, verso una città ben organizzata e gestita con tanti provvedimenti sociali nel panorama italiano?

Ha vinto la teoria del “meglio il peggio” per spaventare e ricreare sulla paura una società basata sul terrore, sul ritorno ad un regime reazionario che imponga con la violenza di pochi sui molti. È 40 anni che mi pongo, ma si pone la città intera e tutta l’Italia queste domande…ci sarà una risposta che possa onorare le vittime, i feriti e le loro famiglie?!”

Ndr. Le parole di Carlo così forti e scolpite nella memoria del tempo, ci chiamano a riflettere su uno degli episodi più gravi della storia della nostra Repubblica. Fu una strage “nera”, una strage dell’odio contro il Popolo che cercava nuovi orizzonti di pace, progresso e libertà. Di quella strage non tutto è ancora chiaro. Rimangono nella nebbia i mandanti, ma l’ultima coltre deve alzarsi. E solo allora quelle 85 vittime innocenti potranno avere pace.

Racconto di Gianluigi Fagnocchi. Seconda parte.

Oggi è festa, godiamoci. Domani al lavoro. La bimba gioca, finiranno le vacanze, si ricomincerà dalla prima elementare; un bel salto, che affronterà aggrappata al piccolo peluche, compagno dalla nascita, talismano e mago consolatore. Con lui ha condiviso le prime gioie e le prime sofferenze, un compagno da presentare agli amici, ma da non condividere con nessuno; un complice che ha imparato a perdonare gli atteggiamenti non corretti, come un genitore che si ricorda di essere stato bambino.

Anche lo stropicciato bambolotto si è bagnato ed è posato su un sasso ad asciugarsi. Un gioco, un salto, un tuffo in quella corrente che muove, un urlo “Noooo mamma, non c’è più…”. Il grido di dolore di quella innocenza ferita viene accolto dal fiume nella sacralità del suo silenzio e del suo più doloroso ricordo: il fronte, la guerra, l’innocenza perduta di una generazione.

Sul Senio per la Segavecchia

Ogni combattente ha le sue ragioni, ogni controparte ha le sue ragioni, ogni guerra le trasforma in torti contrapposti … e bombe … e tombe … quante tombe! L’argine sinistro un colabrodo di postazioni scavate, silenzi di attese tombali. E le urla strazianti dei martiri … . Una fiumana. Si, ci sarebbe voluta una fiumana per sommergere la vergogna umana. Una fiumana di “quelle” e l’argine, inciso profondamente, si sarebbe sbriciolato, lasciando libera l’onda torbida a coprire tutto.

Ma no! Altri innocenti avrebbero pagato, forse anche quell’ingenuo giovane dottore che ebbe l’ardire di venirsi a fumare una sigaretta sull’argine sinistro, sfidando i cecchini dell’altro fronte. Lui che girava in bicicletta portando con se i ferri del mestiere, seghe e coltelli del macellaio, oltre alle medicine, correndo da un bisogno all’altro, compreso quello di tagliare gli arti di qualcuno finito a sfracellarsi su di una mina, per evitare il peggio.

Interrogato anni dopo sulle motivazioni più profonde del suo eroismo, dopo essersi schernito a lungo, ebbe a dire:

“Una notte sognai uno che mi disse, “non aver paura, fai il tuo dovere, ma porta sempre il cappello in testa”. Così, per provare se funzionava, andai sul fiume col cappello, mi fumai una sigaretta … e via”.
Chiunque altro, al risveglio, avrebbe detto “che strano sogno“ e sarebbe finita li. Lui no! E continuò.

“Una volta nel cuore della notte sognai mio fratello – che abitava sul fiume alla Chiusaccia – ferito fra le macerie. Ebbi come una scossa. Mi alzai in fretta per raggiungerlo di corsa in bici tra i bombardamenti, con i bengala che illuminavano il cielo, passando vicino al cimitero dove le bombe facevano saltare in aria bare squarciate. Quando trafelato arrivai da mio fratello lo trovai nelle condizione come dal sogno. Era intrappolato in una stanza ferito con un’altra persona; da una fessura riuscii a farlo curare, salvandolo. Potete chiederlo a lui che vive ancora”.

Che dire, anche quella volta non perse il cappello. Finita la guerra si continuò a morire sulle mine disseminate nel fiume sino allo sminamento sistematico di tutto l’alveo.

Ora in questa pace sembra che la memoria non abbia ragione; c’è un istinto di sopravvivenza che tenta sempre di rimuovere la memoria delle cose che ci hanno ferito, così il rischio di ricascarci aumenta. Accettiamola la memoria e ringraziamola come la campana di una piccola chiesa, posta in prossimità dell’argine, che ogni sera alle nove suona per non farci dimenticare.

A valle i bambini giocano vociando allegramente. Scendendo dall’argine verso il greto, rincorrono le rare farfalle, calpestando processioni di formiche intente nel loro turnover a rifornire la dispensa. Dopo un attimo sono tutti a rotolarsi nella piccola spiaggetta che un’ansa del fiume ha contribuito a formare e con i piedi a mollo sguazzano in attesa di fare il bagno .

L’estate finisce in fretta e, come una ramazza, le prime piogge portano via le polveri di vita, consegnandole al fiume che le porterà a purificarsi nel sale del mare. Ma non direttamente, perché nella sua timidezza il torrente si sente in colpa per i suoi momenti di secca. Lo accompagna un’amico più grande che lo guida come un maggiordomo e lo presenta al padrone di casa: un immenso buco d’acqua, come ebbe a dire un vecchio montanaro la prima volta che vide il mare.

Sulle sponde di questo catino, ancora tanti bagnanti si godono l’ultimo sole. Tra i detriti restituiti dalle onde, i bambini fanno castelli di sabbia scavando sino a trovar l’acqua penetrata. Tra le conchiglie vuote i resti di una bambola a ricordarci che anche le briciole della nostra innocenza frantumata dalla vita riescono ancora a darci emozioni pulite. A ricordarci il dolore, per farci godere la gioia.

Ringrazio Gianluigi Fagnocchi, Amico del Senio di Solarolo, che ha illuminato di ricordi la sua clausura da coronavirus.

Le foto sono tratte dal Concorso fotografico del Senio del 2017. Ringrazio gli autori.

Un bel racconto sul fiume Senio fra storia e sogno, realtà e allegoria. l’autore è Gianluigi Fagnocchi, Amico del Senio di Solarolo (Prima parte).

Un fiume, un torrente mascherato da fiume, scorre zigzagando tra la pianura che ha contribuito a creare, costretto a cantare tra le gole dei monti prima di riempire la valle. Come un ubriaco ha continuato a imitare le giravolte che pietre primordiali gli facevano fare, senza riuscire a fermarlo nella sua testardaggine, mantenuta per poter raggiungere il suo obiettivo, portare con l’acqua gli umori di questa terra, costruita dalla pioggia e dal sole grattando le pietre, sino al mare.

Si, il mare dove le acque dagli umori più diversi si mescolano senza graffiarsi, si fondono senza annullarsi completamente, dando vita alle infinite vite che nutrono l’universo. Lui non lo sa ma nel suo istinto primordiale continua a lavorare giorno dopo giorno alternando ore di riposo a momenti tumultuosi.

Come gli uomini e gli animali, è un abitudinario costretto dagli eventi ad adattarsi, ma è solo quando le acque scendono regolari dalle falde imbevute che si gode lo spettacolo che ha contribuito a creare. Ogni arbusto, ogni filo d’erba, ogni insetto, ci sono tutti, in un’armonia quasi irreale tanto è da godere. L’acqua quanto basta per non coprire i sassi che sporgono dal fondo e lentamente si consumano alla corrente che li fa sorridere, quell’acqua che gli racconta la seria “barzelletta“ della vita.

Il Senio in collina.

E’ un bel pomeriggio di sole, la prima estate. Dall’argine appare un gruppetto di bambini che giocano e lui ha un sussulto, un fremito, un brutto ricordo, la malattia della quale ha rischiato di morire. Colpa dei loro padri se un veleno lo aveva ridotto ad un larva di acqua putrida; una spanna di schiuma ricopriva la corrente, le forme di vita morivano al passaggio continuo di quella zozzeria, a cominciare dai pesci i più vitali tra gli amici dell’acqua.

Per fortuna qualcuno riuscì a capire che la morte del fiume sarebbe pian piano diventata la fine di tutti. Di certo non si è ritornati a prima del male quando il fiume veniva amato e rispettato. Il bisogno di acqua degli uomini è tanto aumentato che alla fine della stagione calda il consumo prosciuga le falde riducendo la presenza d’acqua in pozze più o meno profonde, dove i pesci si radunano per sopravvivere. Con l’acqua prelevata, gli agricoltori possono produrre di più e così sopravvivere in questo mondo globalizzato dove il vino costa meno dell’acqua.

Questa contraddizione i pesci non la possono capire. Loro, astemi per natura, si ubriacano soltanto di acqua torbida; in questo fiume ridotto a torrente dovranno aspettare la prima fiumana d’autunno che arriverà rapida, sporca e impetuosa. Tipico dei torrenti tra periodi di secca e altri di troppa acqua. Allora si vedranno zattere di detriti aggrapparsi ai pochi arbusti rimasti a sfidare la corrente: rami secchi, scorie della natura e del lavoro umano, o meglio dire dell’incuria umana, brandelli di plastica colorata che si pavoneggiano sui detriti come a vantarsi della loro non degradabilità.

La fiumana, da onda impetuosa si placa rapidamente e tutto sembra ritornare come prima. Ma non è così. Quello che non riesce ad andare al mare si deposita pian piano sul greto così che una patina di terra limacciosa copra i detriti che poi si trasformeranno in humus, terreno fertile per le tante sementi di fiori e d’erba sempre pronti a germogliare, rinnovando il tappeto ai piedi del letto. Un fiume che, come gli uomini che quando sentono mancare la vita vanno a cercare la linfa vitale tra le radici della propria esistenza, cerca tra le sorgenti che, se pure affievolite dall’arsura dell’estate, continuano ad alimentarlo. Sono loro che gli conferiscono la dignità di fiume, tra quei monti dove il bosco cresce rigoglioso, trasformando i raggi del sole in vita perenne. E’ li che, all’ombra con i piedi a mollo, una famigliola si ristora dopo aver consumato un frugale pasto.

Fusignano – Fiumana del Senio 1978

Fine della prima parte. A domani.

Un caro amico ci ha fatto avere la foto di questo documento del 1905. Si tratta del bando per l’acquisto di materiale per opere di manutenzione alla botta del ponte di Castello. La botta è il punto in cui l’acqua batte perchè l’alveo devia il proprio corso. I lavori erano a 260 metri dal ponte. Ancora adesso il fiume in quel punto realizza un’ampia curva a sinistra, dopo la quale accoglie il Rio Celle (se non erro).