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Il 2 febbraio di 227 anni fa – si era nel 1797 – le truppe francesi entravano in Faenza, dando inizio ad una importante parentesi storica protrattasi fino al dicembre 1813.

La «battaglia del Senio», che la precedette e che si risolse in poche ore del mattino, fu un episodio «minore» da un punto di vista militare, ma la sua portata simbolica e politica fu immensa. “Essa vide un esercito giovane, molto ideologizzato, sotto la guida carismatica di un generale quasi sconosciuto, il ventisettenne Napoleone Bonaparte, portatore degli ideali della Rivoluzione, contrapposto ad un’armata raccogliticcia e scomposta (di soldati coscritti misti a contadini con i forconi e a preti e frati con il crocifisso) con cui il vacillante Stato Pontificio cercava di salvare se stesso e i rottami della vecchia Europa”.

La battaglia del Senio fu l’epilogo di una fase preparatoria iniziata un anno prima, marzo 1796, e che aveva visto i francesi penetrare in Italia con manovre fulminee e subito vittoriose, fino a dilagare nella pianura lombarda con la presa di Milano del 15 maggio.

Un mese dopo Napoleone e i suoi 60.000 uomini erano entrati a Bologna e avevano istituito, come a Milano, la Repubblica.

“L’1 febbraio 1797, da Bologna, Napoleone proclama l’invasione (o la liberazione, dipende dai punti di vista) delle Romagne. A sera i francesi sono a Imola. Da Faenza si preparano i cannoni e a fianco delle truppe regolari pontificie marcia verso il Senio un drappello di volontari capitanati da due preti, di cui uno è don Meloni, segretario del Vescovo. I regolari sono circa 3.000, un po’ meno secondo Monaldo Leopardi, padre del ben più famoso Giacomo e che di fatto ci ha lasciato una gustosissima cronaca: «La resistenza doveva farsi sul fiume [Senio] che corre fra le due città sudette. (…) i Francesi attaccarono, forti di circa diecimila uomini. I cannoni del ponte spararono, e qualche francese morì. Ben presto l’inimico si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: “Addio”, si gridò nel campo. “Si salvi chi può” e tutti fuggirono per duecento miglia, né si fermarono sino a Fuligno”.

Dopo Faenza, fu la volta di Forlì, Cesena, Rimini e Ravenna, occupate tra il 3 e il 4 febbraio senza alcuna resistenza. Il 19 febbraio, con le truppe francesi giunte fino alle marche e all’Umbria, a Tolentino fu firmato il trattato di pace con Pio VI. Il 16 giugno 1797 Faenza viene eletta a capoluogo del Dipartimento del Lamone nella neonata Repubblica Cisalpina.

A chi volesse approfondire questa tematica si consiglia di visitare il Museo del Risorgimento di Faenza (Palazzo Laderchi, aperto ogni sabato e domenica) dove sono esposti cimeli e documenti specifici.

N.d.R -Questa nota è tratta da un articolo di Sandro Bassi apparso in Settesere del 2 febbraio 2017, che ringraziamo.

Grazie anche al socio Marcello Bezzi che ci ha ricordato l’evento.