La settimane scorsa, assieme a Franco Billi, abbiamo intervistato Pietro Lombardi ed Eva Natalina Cavini. Marito e moglie, Pietro ha 89 anni ed Eva ne ha 90. Sono sposati dal 1954.

Pietro ed Eva sono stati gli ultimi mugnai del molino di Quadalto; molino che ha cessato la propria attività alla fine degli anni cinquanta. Per molte generazioni, si pensa per secoli, questo molino, così come tutti quelli della zona, sono stati gestiti dalla famiglia Lombardi. Dopo la chiusura del mulino, Pietro ha fatto il muratore.

La chiacchierata ha ruotato attorno al Monastero delle suore Francescane Ancelle di Maria, contiguo al Santuario della Madonna delle Nevi, di cui facevano parte lavatoio e cantina, alle suore e al molino. Abbiamo parlato anche della guerra.

Il Monastero che ha vissuto di luce propria per secoli, oggi è trasformato in una foresteria. Profondamente ristrutturato, con ingenti risorse, le suore, assieme ad altre attività, gestiscono una trentina di camere a disposizione dei viandanti.

Il lavatoio era delle suore e del Monastero. Diverse persone andavano ad aiutare, fra queste Pietro e la sua famiglia. Quando avevano bisogno chiamavano da lontano (non uscivano). Oppure suonavano una campanella posta nel molino per mezzo di una cordicella che usciva dal convento.

Durante la guerra il convento ospitò l’Ospedale di Palazzuolo, poi anche quello di Marradi, dopo il suo danneggiamento.

Nel luglio del ’44, dopo un furioso bombardamento alleato con molte vittime, vi fu una rappresaglia dei tedeschi di due giorni con 44 vittime civili. Il primo giorno operarono nel marradese, il secondo si spinsero verso Fantino, fino a Palazzuolo. L’ultimo civile fu ucciso a Campergozzole nell’aia della sua casa. Gli spararono dal poggio sopra la chiesa di Lozzole.

Nella zona, c’era un capanno da caccia con un partigiano lasciato lì dentro perchè ferito. Mentre un tedesco si avvicinava fu richiamato dai suoi e fu così che quel partigiano salvò la pelle (venne poi evacuato dai suoi il giorno dopo).

Pietro narra che fra molino ed ospedale, tedeschi o i partigiani erano sempre fra i piedi per i primari obbiettivi di cibarsi e di curarsi.

Per la famiglia la paura era tanta, sapendo che se i tedeschi vedevano un partigiano potevano andarci di mezzo anche loro. Potevano essere uccisi. Per cui si aveva paura sia dei tedeschi che dei partigiani.

Pietro, allora tredicenne, rammenta che, assieme al fratello, spesso andava su con i muli fino al comando partigiano della Brigata Garibaldi di Cà di Vestro per portare la farina. Ricevendo in cambio la testa di una mucca. Quelle mucche che venivano prese ai contadini, a partire da quelli ritenuti fascisti.

Mulino e Monastero, per via dell’Ospedale che ospitava, erano continuo crocevia di passaggio fra tedeschi e partigiani, quindi fonte di continua preoccupazione per chi abitava nel luogo. Dal racconto di Pietro si capisce come l’Ospedale fosse però una sorta di zona franca dove partigiani e tedeschi si potevano incontrare senza belligerare.

Pietro racconta di quanto una mattina il professor De Pasquale fosse stato prelevato dai partigiani per andare in qualche luogo e della preoccupazione delle suore per il suo ritardare. Poi lo riportarono. Spesso i partigiani portavano con la somara feriti nell’Ospedale e si fermavano al Molino ad aspettare.

Nel 1954 Pietro sposa Eva che quindi si trasferisce a Quadalto. Anche Eva aiuta le suore nel lavatoio.

Come funzionava il lavatoio?

Si portava a bollore l’acqua, che proveniva dal molino, facendo fuoco sotto al paiolo nella “fornacella”. Di fianco, in una grande vasca venivano stesi uno sull’altro i lenzuoli. Sopra veniva posto un panno e sopra ancora la cenere. Poi si buttava l’acqua, ne servivano almeno tre paioli. L’acqua recuperava dalla cenere le sostanze detergenti e filtrando i lenzuoli li pulivano. Compiuto il suo giro l’acqua usciva dal fondo della vasca (come il mosto dal tino). Veniva raccolta, ancora riscaldata e rimessa in circolo. Più acqua si passava sui lenzuoli e più questa era calda, i panni venivano puliti meglio. Pietro soleva fare passare molta acqua e ben calda. Quando la gente vedeva il bucato molto bianco diceva che quello era il bucato di Pietro.

Il bucato dormiva nella vasca per tutta la notte. Al mattino del giorno dopo, veniva tolta la cenere, il panno e i lenzuoli gettati prima in una poi in una seconda vasca per essere sciacquati.

L’acqua recuperata durante la notte, si chiamava “ranno”, veniva riusata per lavare i panni scuri, riposti in una ulteriore vasca.

Eva ricorda quando, da ragazza, andava al fiume per lavare sul sasso i panni scuri col ranno – nelle famiglie contadine il procedimento e i mezzi erano diversi – e come questo gli “scorticava” le mani.

Pietro ed Eva ricordano che la cenere, occorrendone tanta, veniva raccolta dai contadini di tutto il paese che la tenevano da parte in appositi cassoni.

Pietro cessa l’attività del mulino alla fine degli anni cinquanta, La lavanderia continua ancora per qualche anno, lavorando solo la domenica, poi si ferma anch’essa. Arriva la corrente elettrica.

Gli ultimi ricordi di Pietro ed Eva sono per le suore e il Monastero.

Pietro dice che allora erano suore da “cerca”. Sostenevano loro e la loro missione “cercando” dai contadini. In particolare l’uva verso la valle del Senio, fino a Rivola e il vino nella parte della Toscana. Pietro ricorda i grandi tini – tre – posti nella cantina del Monastero e la pigiatura fatta con i piedi. Il vino non era venduto: era per le suore e per i viandanti che spesso bussavano al Monastero. Essi venivano serviti per mezzo dell’azionamento di una “ruota” collocata a fianco della porta di ingresso.

L’incontro si chiude con una discussione sui dialetti. Franco che mi ha accompagnato nella visita e che proviene da Marradi, dice che non capisce – o poco – il mio dialetto, mentre Pietro lo comprende meglio.

La cosa certa è che Pietro ed Eva, vissuti da sempre a Palazzuolo sul Senio, parlano un dialetto totalmente montanaro-romagnolo. Senza nessuna inflessione toscana.

Anche questo spiega di quanto sia forzata la permanenza di Palazzuolo sul Senio – fino a pochi decenni fa – Palazzuolo di Romagna, nella regione Toscana. Ma questa è un’altra storia.

Concludo questo racconto con un pensiero per Pietro ed Eva. Per dire che sono ai miei occhi persone veramente straordinarie. Hanno novant’anni, sono sposati da sessantasei, sono in buona salute. Hanno percorso una lunga vita di sacrifici e di fatica, sono passati attraverso una feroce guerra che li ha coinvolti. Hanno vissuto le profonde trasformazioni sociali, che hanno totalmente cambiato la vita delle persone, proprie dell’ultimo secolo. Ma Eva e Pietro non hanno perso il sorriso, sono persone serene. Colpisce il loro rapporto, come si parlano e si rispettano – se uno interrompe, l’altro tace. Quello che però maggiormente rimane impresso è la dolcezza dell’espressione dei loro volti, particolarmente di Eva. Sembrano persone uscite dalla tavolozza di Leonardo o di Raffaello, oppure da un set cinematografico.

Invece sono persone vere, dei nostri tempi tumultuosi, capaci però di illuminare come fari le tenebre che ci avvolgono. Persone commoventi, a cui dobbiamo rispetto e riconoscenza. Lunga e buona vita ad Eva e Pietro di Quadalto sul Senio.

 

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *