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L’amico Marco Sami, recentemente, ha scritto per il periodico delle Gev (Guardie Ecologiche Volontarie) di Faenza, di cui fa parte, una “pagina di storia minore” del nostro territorio. Riguarda la tomba romana sul Lamone, in località San Barnaba (Faenza). Sami è poi autore di una proposta molto interessante che riguarda gli Amici del Senio e che approfondiremo nel corso delle prossime settimane: quella di inserire nel progetto di percorso ciclo-naturalistico Senio e Lamone il tema romano. In sostanza, un percorso nel percorso che leghi le vestigia dell’antica Roma comprese nel territorio interessato.

Riportiamo di seguito il testo di Marco Sami: Cura di una tomba romana.

Quando non ho molto tempo a disposizione ma ho voglia di farmi un giretto in MTB senza essere assillato dal traffico automobilistico scelgo l’anello ciclabile lungo il fiume Lamone che si sviluppa a valle di Faenza fino alla località di Ronco. Seguendo l’argine destro, a circa 2/3 del tratto Faenza-Ronco ci si può imbattere tra l’altro in una delle pochissime testimonianze monumentali di epoca romana del territorio faentino: la tomba di S. Barnaba. Malgrado l’aspetto modesto e tutt’altro che evocativo, rappresenta di fatto l’unico sepolcro romano visibile nel raggio di decine di chilometri in un territorio che ancora oggi, nella centuriazione, mostra evidente l’impronta dell’epoca romana ma, paradossalmente, offre pochissime vestigia monumentali di tale importante fase storica. Il “mausoleo” venne fortuitamente scoperto più di un secolo fa, nell’anno 1902, in seguito al franamento dell’argine avvenuto non lontano dalla parrocchia rurale di San Barnaba; lo scavo, effettuato l’anno successivo (1903), mise in luce una struttura a pianta quadrata delimitata da 3 muri in grossi blocchi squadrati di “spungone”, un’arenaria fossilifera locale assai utilizzata nell’antichità come pietra da costruzione. Sempre nel 1903, per porre in sicurezza il manufatto, lo si smontò ricostruendolo a pochi metri di distanza (nel sito dove si trova tutt’ora) ma al di fuori dell’alveo fluviale.

Ebbene, quando vi sono passato l’ottobre scorso il monumento era così coperto dalla vegetazione infestante che, se non avessi saputo che c’era, l’avrei ignorato oltrepassandolo! Non era difficile intuire che doveva esserci qualche problema di manutenzione e, visto che oltre a quella di GEV ho pure la tessera di Ispettore onorario della Soprintendenza, un successivo scambio di e-mail con un funzionario della medesima mi ha chiarito le idee: in pratica è risultato che i fondi per tali operazioni di manutenzione non sono sufficienti e che anche il Comune, che pure potrebbe occuparsene, ha ben altre priorità. Mi sono detto che era un vero peccato lasciare in tale stato di abbandono questa interessante pagina di storia locale e così ne ho informato gli amici Franco e Marco Piani, attivi nel “Tavolo per l’ambiente” di Faenza e da anni impegnati nella valorizzazione della ciclabile fluviale. Questi hanno aderito entusiasti e quindi ci siamo accordati per un pomeriggio di metà ottobre durante il quale, recatici alla tomba romana muniti di falcetti e cesoie, in quasi tre ore di lavoro siamo riusciti a rendere nuovamente fruibile il monumento.

Avendo due paia di braccia a disposizione (oltre alle mie), lo stesso pomeriggio ho poi accompagnato gli amici pochi chilometri più a valle per il recupero di un’altra testimonianza di storia minore sfregiata dall’incuria: un cippo di pietra calcarea riportante la dicitura “golena Beltrandi”, divelto e atterrato probabilmente in modo involontario da uno degli operatori delle macchine con cui viene periodicamente effettuata la pulizia del percorso di argine. Tale cippo fa parte di una serie di segnacoli in “pietra d’Istria” riportanti particolari toponimi idraulici (quali “golena demaniale”, “botta Budellacci”, “froldo Formellino” ecc.) rintracciabili lungo entrambi gli argini del Lamone… quando la vegetazione non è troppo rigogliosa!

Nel tratto tra Faenza e Ronco ne ho potuti contare almeno 7 sull’argine di destra e 9 su quello di sinistra ma senza che ve ne sia neanche uno che riporti la data della loro messa in opera. Interrogati al riguardo, alcuni studiosi di storia locale non hanno saputo darmi una risposta certa ritenendoli comunque probabilmente collegati agli importanti lavori di risistemazione e rinforzo degli argini del Lamone intrapresi tra gli anni 1898 e 1900. In definitiva anche il cippo in questione, malgrado un peso di poco inferiore al quintale, è stato nuovamente riposizionato in assetto verticale.

Qualche considerazione finale sull’intervento “estemporaneo” che vi ho appena riportato: con Enti locali e Istituzioni sempre più in difficoltà nel garantire la dovuta cura del territorio è indispensabile che il volontariato si faccia carico di alcune attività. Le GEV hanno come “mission” quella di tutelare soprattutto gli aspetti naturalistici dell’ambiente ma, come in questo caso, anche le testimonianze di storia minore possono rientrare tra gli obiettivi della nostra associazione in quanto “tessere” di un “mosaico” ambientale frutto dell’interazione secolare o addirittura millenaria tra Uomo e Natura. In conclusione vorrei lanciare un appello: non sarebbe opportuno intraprendere un’azione sistematica e periodica di manutenzione di tali “documenti” di storia minore tale da favorirne la piena fruizione e valorizzazione?

Ndr – Concordiamo con la chiosa finale di Sami. La ricostruzione di una memoria collettiva di fiume e “segnare” il territorio con il ricordo degli eventi di rilievo accaduti nel tempo, fanno parte delle iniziative portanti del progetto di percorso ciclo-naturalistico e storico che sosteniamo (Domenico Sportelli).

 

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